10. Lapponia ultima parte: Babbo Natale chi?

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L’ultimo giorno nella “Lappi” finlandese è iniziato maluccio. Le temperature erano fredde e il cielo minacciava pioggia. Ho deciso quindi di andare a fare un giro nella capitale Rovaniemi.
Da buona turista prima di partire ho letto la guida della regione e l’attrazione principale, appena fuori dalla città, è il Villaggio di Babbo Natale. Mi ero ripromessa di lasciar perdere, di dedicarmi solo alla natura e ai paesaggi, ma avendo tempo a disposizione mi sono detta che sarebbe stato interessante vedere fino a che punto riusciamo ad arrivare quando si tratta di consumismo allo stato puro. Devo premettere che per me il Natale ha sempre rappresentato un periodo di grande gioia. La neve, le luci, i regali, le cene in famiglia, le candele, le partite a carte davanti al camino acceso, tutti elementi che compongono alcuni dei miei ricordi più belli. Negli ultimi anni poi, grazie al fatto di ricevere finalmente uno stipendio, mi è sempre piaciuto dedicare del tempo alla ricerca del regalo giusto per ogni componente della famiglia. Sono sempre stata cosciente però del fatto che fosse diventata ormai una festa puramente commerciale, e che l’immagine di Babbo Natale fosse stata creata con il semplice scopo di attirare i bambini e far spendere soldi alle famiglie. Aggiungo infine che non siamo una famiglia religiosa quindi per noi quei giorni hanno sempre e solo rappresentato dei momenti di riunione, grandi risate e grandi “magnate”. Pur sapendo cosa aspettarmi, ho deciso comunque che per poter fare una critica veritiera avrei dovuto vederlo con i miei occhi. Le aspettative sono state tutte tremendamente superate.
Sicuramente durante il periodo invernale l’atmosfera è molto più suggestiva, ma il contenuto rimane sempre lo stesso: enormi quantità di gadget inutili, i peggiori souvenirs appesi ovunque, le classiche immagini natalizie a fare da cornice e i commessi più tristi del mondo. Finito il tour tra portachiavi di ogni tipo e statuette varie, è il momento dell’attrazione principale: conoscere il Vero Babbo Natale. Una volta percorso un lungo corridoio con immagini della sua storia, sono arrivata alla saletta dove l’avrei incontrato. Ho sentito gridare “arrivo subito” e dopo poco mi si è presentato davanti un grande signore con in mano uno smartphone e con una barba lunga di plastica a coprirgli il pancione. Ha spiccicato due parole in italiano e, dopo avermi chiesto cosa ci facessi in Lapponia, mi ha costretta a sedermi al suo fianco per fare la classica foto ricordo. Andando via la commessa triste mi ha chiesto se volessi acquistarla, mi fece quasi tenerezza con quel suo sorriso speranzoso, ma le risposi gentilmente che non avrei mai speso venticinque euro per una foto con il Babbo Natale più finto che esista. Devo ammettere che malgrado avessi già un’idea di cosa aspettarmi, speravo in qualcosa di un po’ più autentico. Voglio dire, in tutta la Lapponia non esiste un vecchio signore con una vera barba lunga bianca che abbia voglia di rendere felici decine di bambini al giorno? Dovrebbe essere un luogo magico, dove i più grandi possano sentirsi di nuovo bambini e dove i più piccoli possano vivere emozioni indimenticabili; per quanto mi riguarda, è stato uno dei posti più tristi che io abbia mai visto.
Rientrata a casa ho inviato una mail a tutti i miei familiari spiegando che, in parte spinta dal mio spirito minimalista in espansione e in parte grazie a questa esperienza, non avrei più fatto regali di Natale a nessuno.

Niente più tempo, soldi ed energie persi per trovare il regalo giusto, solo un bel sacchettino colorato pieno di biscotti fatti in casa per tutti, meglio no?       

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9. Lapponia parte 2: Renne e cottage

Dopo la notte magica trascorsa nel Mirror Cube e una buona colazione, mi sono rimessa in viaggio: direzione Finlandia! Sul navigatore leggevo “fra 260 km svolta a destra”, quindi una volta impostato il cruise control mi sono goduta lo spettacolo dei paesaggi del nord. Cielo azzurro, strade infinite e alberi, migliaia di alberi. Passato il confine l’unica vera differenza con la parte Svedese della Lapponia, è il fatto che tutte le case (rigorosamente di legno) hanno iniziato a variare di colore: non più solo rosse e bianche ma anche gialle e verdi. A 10 minuti dall’arrivo ho avvistato finalmente la mia prima renna. Mi sono fermata ad osservarla mentre brucava l’erba lungo il bordo della strada.
Ho soggiornato per tre notti in un cottage tutto rosso a due passi dal lago Vietonen. Mi ha accolta Tujia, una grande signora bionda che subito mi ha parlato della possibilità di fare un’escursione di gruppo in canoa sul fiume la mattina successiva. Una volta sistemate le valige, ho fatto un giro in bici nei dintorni dove ho incontrato una renna con un cucciolo intente a mangiare la verdura dell’orto di una casa. Sono rimasta ad osservarle per mezz’ora, credendo di assistere a uno spettacolo insolito, ma ho scoperto in seguito che in realtà è una cosa molto comune. Le renne in Finlandia appartengono tutte a dei privati, ma possono girovagare liberamente durante tutto l’anno. Per questo motivo è proibito cacciarle ma, se una renna rimane nel vostro giardino per diverso tempo e nessuno viene a recuperarla malgrado i richiami, guadagnate il diritto di ucciderla e mangiarla. Non sono una grande amante della carne in generale ma devo ammettere che poche volte nella vita ho assaggiato un filetto così buono. Il fatto che le renne siano libere rappresenta un pericolo solamente lungo le strade, che non sono illuminate quindi è facile incappare in un incidente. Per il resto sono animali socievoli e tranquilli. Mi è stata data anche la possibilità di visitare un allevamento e ricevere molte informazioni da un’anziana signora la quale, fino a 50 anni fa, si recava a scuola su una slitta trainata dai suoi animali per tutto l’inverno. Le temperature minime arrivano di solito fino a -20/-25°C. Mi è stato raccontato però che una decina di anni fa per circa una settimana sono scese fino a -45°C! Impossibile mettere il naso fuori casa.
La discesa del fiume in canoa è stata un’esperienza indimenticabile. Purtroppo il cielo era grigio, ma questo ha reso la pausa pranzo ancora più suggestiva. Una volta attraccate le canoe, ci siamo seduti in una capanna di legno aperta per metà (costruzione tipica della regione che permette a chiunque di fare un picnic riscaldandosi prima di riprendere l’escursione) a mangiare zuppa di alce e bere tè caldo, con il fuoco che ci scaldava i muscoli e il panorama che ci scaldava il cuore. La sera, una volta rientrata, ho potuto  rilassare i muscoli con il calore della sauna all’interno del mio cottage.
Si è conclusa così la terza giornata del mio viaggio; nel prossimo capitolo ti racconterò perché ho deciso di non comprare mai più nessun regalo di Natale.

8. Lapponia parte 1: Treehotel

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Sono stata una settimana in Lapponia ed è stato incredibile. Solo sei giorni al nord sono bastati per ricaricare completamente le pile. Avevo bisogno di staccare e riprendere fiato, riempirmi gli occhi e la mente di cose nuove, così da poter tornare con la giusta energia e riprendere il ritmo di tutti i giorni. Ho trovato milioni di alberi, decine di renne, e davvero poche persone che però hanno fatto la differenza in questa avventura.
Nel 2017 visitai la Norvegia in pieno inverno e restai completamente ammaliata dalla bellezza dell’aurora boreale e dei paesaggi innevati, quindi quando mi si presentò l’opportunità di andare in Lapponia (Svedese e Finlandese) capii subito che sarebbe stata un’esperienza stupenda. Non è la prima meta che le persone si aspettano di sentire quando chiedono “dove vai in vacanza”, ma vi posso assicurare che regala le stesse emozioni di qualsiasi altro viaggio, forse addirittura di più. In particolare a chi, come me, ama il contatto con la natura.
Una volta arrivata al nord della Svezia ho trascorso la prima notte nella cittadina di Lulea. Il giorno seguente mi sono spostata al Tree Hotel per passare la notte. Le strade in Lapponia sono tutte dritte e ci sono solo alberi e campi coltivati a destra e a sinistra. Seguendo il fiume Hedavan, dopo un’oretta di auto, si trova questo hotel unico al mondo. È composto da sette casette sugli alberi, tutte diverse fra loro, sia per dimensione che per caratteristiche. All’arrivo si viene accolti in una grande casa, decorata con mobili antichi e disegni fatti all’uncinetto appesi ai muri. Tè, caffè e biscotti sono a disposizione gratuitamente ad ogni ora. In ognuna delle stanze della casa è sistemato un grande tavolo, dove vengono serviti i pasti in un ambiente tranquillo e conviviale. La cucina è di alta qualitá, preparata da uno chef giovane e molto bravo con prodotti locali tipici: pesce come antipasto, renna come piatto principale e crème brûlée per dessert. Dopo la cena, lungo il sentiero in mezzo al bosco, ho raggiunto il mio alloggio esclusivo per la notte: il Mirror Cube. Una “scatola” di 16m² appesa ad un grande albero, con una piccola terrazza sul tetto e una scala sospesa come accesso. A rendere unico questo hotel è anche il servizio di lusso che offre: doccia in legno e sauna private (a terra), terrazza con vista sul bosco e una jacuzzi per i mesi piû freddi. Per godere della natura in totale privacy.
Sulla terrazza del cubo alle 7 di mattina, con il sole già in cielo da due ore, il solo cinguettio degli uccellini nelle orecchie e intorno solo alberi, mi sono sentita davvero in pace. Un profumo di natura che mai mi scorderò.
Avrei voluto passare molto più tempo in quella casetta sugli alberi. Avevo l’essenziale: un letto, un bagno, acqua potabile e tante finestre. Il Wi-Fi serviva solo per condividere con gli amici la meraviglia che stavo vivendo. Sono andata a dormire e mi sono svegliata seguendo il ritmo della natura, con la sua luce, i suoi suoni e i suoi abitanti. Per una notte mi sono sentita anche io parte delle bellezze del bosco, senza sentirmi intrusa ma solo osservatrice.
Un’esperienza simile aiuta davvero a comprendere come si possa vivere con meno cose e sentirsi comunque (e a volte ancor più) a proprio agio.

“Less house, more home”: Meno casa, meno spazio, meno oggetti, ma più comodità, più pace, più tranquillità e più benessere.

7. Libri senza fine

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Nella mia libreria ho almeno 7 libri su 10 di cui non conosco il finale. Mi capita spesso di leggere appassionatamente un libro fino a circa ¾ e poi smettere. Forse perché sono una persona che si annoia troppo facilmente, oppure semplicemente preferisco lasciare la storia in sospeso. I finali, la maggior parte delle volte, non soddisfano le mie aspettative. Quando finisco un romanzo mi rimane solitamente un senso di vuoto per un po’. Ne sento la mancanza e spesso vorrei sapere come continua la storia. Mi succede anche con i film: i finali aperti mi lasciano l’amaro in bocca. Penso sia colpa delle serie tv, ci si affeziona ai personaggi e si vorrebbe seguire la storia senza fine, episodio dopo episodio, come i capitoli di un romanzo.
Ultimamente mi sono resa conto che le mie storie in sospeso sullo scaffale accumulano un sacco di polvere. Come fare quindi a conservare i libri guadagnando spazio e tempo, non dovendoli spolverare ogni settimana? Con un “E-Book Reader”, lettore per libri digitali.
Lo so, starai pensando che il fatto di poter girare le pagine, che l’odore della carta stampata e la bellezza di una libreria piena, valgono i pochi minuti spesi a spolverare e riordinare.
Ma ti assicuro che un buon E-Book Reader ha i suoi grandi vantaggi.

In fondo non importa come, quello che conta è leggere.

6. I marchi eco-amici

Come promesso, eccoti un elenco di pagine web con al loro interno una lista di marchi eco-friendly:

In generale, la produzione di questi vestiti avviene nel totale rispetto dell’ambiente e degli animali. Per la lavorazione vengono utilizzati materiali prodotti in maniera biologica ed eco-sostenibile, e solitamente gli impiegati di queste aziende vedono rispettati tutti i loro diritti.
Necessariamente, il costo di questi articoli è superiore rispetto a quelli prodotti in Bangladesh nelle condizioni di cui ho parlato nel precedente post. Il motivo è semplice: i costi di produzione sono più elevati, di conseguenza anche il prezzo di vendita. Sta alla coscienza di ognuno di noi decidere cosa comprare con lo stesso budget. Acquistare meno prodotti ma di qualità superiore aiutando delle aziende medio/piccole a sopravvivere, o acquistare una grande quantità di prodotti di qualità spesso scadente il cui mercato si basa sul mancato rispetto dei più basilari diritti umani?
Io la mia scelta l’ho fatta e la sto mettendo in pratica poco a poco, il mio primo acquisto eco-amico sono state un bel paio di snickers da Mi Pacha: https://www.mipacha.com

Let’s just think about it.

5. Il vero prezzo

Non sono mai stata una persona che spende tanti soldi in vestiti, scarpe e accessori. Mi è capitato più di una volta di arrivare fino alla cassa con un capo da comprare, per poi cambiare idea al ultimo minuto riportandolo sullo scaffale. Mi rendevo conto che non ne avevo veramente bisogno, che era solo un capriccio, quindi decidevo di spendere i miei soldi in modo migliore. Come per tutti quanti le opzioni più facili, veloci ed economiche per acquistare questo tipo di prodotti è andando nei negozi più famosi, presenti ovunque. Mi sono resa conto però che i prodotti che acquistavo a così basso prezzo duravano poco nel tempo, erano principalmente di tessuti sintetici ed erano praticamente tutti fatti negli stessi paesi. Ci fu un episodio in particolare che mi fece interessare alla provenienza di questi prodotti: come forse ricorderai, nel 2013 crollò il Rana Plaza in Bangladesh. Un palazzo di otto piani che sgretolandosi in pochi minuti causò la morte di 1’129 persone ed  oltre 2’500 feriti. Questo palazzo ospitava diverse fabbriche di abbigliamento. I proprietari hanno ignorato i vari avvisi di divieto di utilizzo della struttura in seguito a delle crepe formatasi a causa delle vibrazioni delle macchine da cucire.
Dopo questa notizia decisi di informarmi di più sulla produzione dei vestiti che compravo e  mi fu consigliato di guardare un reportage dal titolo “The true cost”. In seguito trovai altri articoli e documentari che mi fecero aprire gli occhi. Tutti questi prodotti a bassissimo prezzo costano così poco perché la loro produzione avviene in paesi poveri, e gli impiegati nelle fabbriche lavorano senza nessun tipo di tutela. Dopo l’incidente fu creato un accordo sulla sicurezza delle fabbriche e delle costruzioni in Bangladesh ma fu firmato solo da trentotto aziende e i lavori per la messa in sicurezza vanno a rilento.
Fatte tutte queste considerazioni, ho deciso che in determinati negozi non ci metterò più piede e che mi informerò prima sulla marca dalla quale decido di comprare qualcosa. Parlandone capita spesso di sentirsi dire: “beh, allora non si può più comprare niente da nessuna parte!” No, non è vero! Esistono soluzioni diverse e nel prossimo post ti lascerò qualche link utile.
Nel frattempo, se anche tu vuoi approfondire l’argomento, ecco dove puoi trovare qualche informazione:

Porsi qualche domanda può far paura, ma a volte diventa necessario.

4. Dove ti butto?

Tengo molto al rispetto dell’ambiente in generale, e sono sempre interessata a tutte  le belle iniziative volte al riutilizzo dei materiali di scarto. Quindi ho deciso che tutti i vestiti eliminati dal mio armadio dovranno in qualche modo essere utili a qualcuno. Partendo quindi dal presupposto che non avrei buttato nulla nel sacco nero dei rifiuti, ho fatto alcune ricerche sulle varie possibilità che ci sono in Svizzera per lo smaltimento dei vestiti.
Esistono tre categorie di vestiti usati:

  1. Quelli in buono stato che si possono donare in beneficenza
  2. Quelli un po’ rovinati, con qualche piccola macchia o qualche buco, il cui tessuto può essere riutilizzato
  3. Quelli troppo sporchi o troppo rotti che vanno buttati via

C’è anche la possibilità di rivendere i vestiti che sono stati indossati poco e che sono in perfetto stato. Ho trovato dei capi con ancora l’etichetta che metterò in vendita su qualche sito di annunci o in alcuni negozi dell’usato.
Tornando alle prime due categorie, ecco un breve elenco delle associazioni che raccolgono i vestiti usati in Svizzera.

  • Gruppo Texaid: Predispongono vari cassonetti sparsi per le città, nei quali ognuno può buttare i propri vestiti. Quando si tratta di grandi quantità, viene anche effettuata la raccolta a domicilio. Tutti i capi vengono smistati e quelli in buono stato vengono venduti come vestiti di seconda mano a paesi come Asia e Africa. I tessuti che presentano dei difetti vengono riutilizzati come strofinacci mentre quelli inutilizzabili vengono lavorati per creare materiale isolante e imbottiture varie. www.texaid.ch www.contex-ag.ch
  • Tell – Tex: Lavorano con lo stesso metodo del Gruppo Texaid. Inoltre con il ricavato degli indumenti raccolti sostengono gli enti assistenziali svizzeri. Collaborano anche con “Aiuto alla montagna” che fornisce aiuto in particolare alle persone che vivono nelle regioni di montagna. www.tell-tex.ch

Per quanto riguarda invece gli enti e le associazioni benefiche, ve ne sono di diverso tipo: le principali in Svizzera sono Caritas e Emmaus. Per la raccolta dei vestiti la Caritas mette a disposizione dei cassonetti come Texaid.
Ecco alcune linee guida su come scegliere e preparare gli indumenti da donare:
Ogni capo dev’essere pulito. Si raccolgono indumenti e biancheria intima per ogni sesso ed età (anche abbigliamento in pelle e pellicce). Per quanto riguarda le scarpe dovranno essere pulite e legate a coppie. Oltre ai vestiti, è possibile donare biancheria da tavola, da letto (anche trapunte e piumini) e per la casa, oltre a accessori come borse e cinture. Il tutto dovrà essere confezionato in sacchi ben chiusi.
Sapendo che ciò che non utilizzo più può essere utile ad altri, grazie a queste iniziative, mi sento ancor più soddisfatta di aver svuotato l’armadio. Non vedo l’ora di andare avanti e liberarmi di altre cose, per me, inutili.

Continua..